lunedì 14 gennaio 2008

Fare musica nell'emergenza

Al di là di tutte le considerazioni storiche, delle analisi tecniche, dei discorsi scientifici mi chiedo se, alla fine, il discorso sulla musica a Napoli, sospeso tra il suo dipanarsi creativo e l’evolversi delle sue strutture tecnico-organizzative, non sia in buona sostanza soltanto uno degli aspetti, e con ogni probabilità neanche il più importante, dell’eterna e complessa “emergenza” napoletana. Scrivo questo intervento proprio nel mezzo dell’emergenza rifiuti di fine 2007. Scene da guerriglia urbana, montagne di immondizia, le immagini di una popolazione disperata, un senso d’impotenza e drammatica ineluttabilità accompagnano il calvario delle interviste, dei dibattiti, delle prese di posizione. Al centro del discorso emerge nella sua drammaticità lo scollamento totale tra i cittadini e il loro ceto politico, nonché la certezza di appartenere ad un luogo d’Italia irrimediabilmente perduto nella sua “diversità” molto poco europea.
Eravamo nel 1993. Il tempo in cui moltissimi cittadini di Napoli sognarono che “passo dopo passo” questa città potesse diventare una città normale, una città vivibile, una città in cui, guardando oltre le emergenze del quotidiano (rifiuti, traffico, criminalità) si potesse dare più spazio alla cultura e alla vita sociale. Le immagini di oggi sono la definitiva conferma che quel progetto di normalità è fallito e con esso, forse, anche l’idea che Napoli potesse scoprire, dopo un Novecento industriale, un XXI secolo di turismo e impresa culturale, diventare un punto di riferimento dell’industria del sapere, una fucina di grandi eventi internazionali, il crocevia del Mediterraneo. Abbiamo sentito molti, troppi slogan in questi anni, slogan arenatisi con evidenza di fronte all’incompetenza della classe politica locale e nazionale. Oggi, nel 2008, non avremmo dovuto forse già vivere le meraviglie della ri-nata Bagnoli, gustare le delizie dei suoi grandi spazi verdi, camminare sul nuovo lungomare, ascoltare concerti nel nuovo grande auditorium?
D’altra parte, mi chiedo, se l’emergenza riguarda ancora i capisaldi della vita civile come pensare, in questa città, di sviluppare un sistema dello spettacolo veramente competitivo a livello internazionale? Si dirà che Napoli ha ottenuto il Festival del Teatro, ma esso rende giustizia davvero alla storia teatrale della città nel momento in cui sembra che la sua programmazione dimentichi completamente l’esistenza del Teatro San Carlo? Il nostro Massimo vive in questo periodo un commissariamento di sei mesi. Il deficit accumulatosi negli anni non ha consentito al Sovraintendente Lanza Tomasi, che pure aveva conseguito in questi anni brillantissimi risultati sul piano artistico, di poter proseguire il suo lavoro. Ma chi ha le maggiori colpe dell’abbandono del San Carlo? Innanzitutto, a mio avviso, il maggiore responsabile è la classe imprenditoriale napoletana, che non può assolutamente dirsi di livello europeo. L’industria del Nord investe alla Scala, quella di Napoli spende per la barca Mascalzone Latino. Questa la tragica evidenza di una sostanziale diversità culturale. Anche la politica locale, tuttavia, ha abbandonato il suo teatro. Preferisce disperdere risorse in improbabili riproposizioni della Piedigrotta, in “notti bianche” copia-conforme di quelle di Roma, senza però saperle concepire con la stessa forza mediatica e organizzativa di quelle volute dal sindaco Veltroni. La politica del grande evento, senza l’organizzazione e la capacità imprenditoriale del grande evento: ecco il paradosso di Napoli. Basti pensare che il bando comunale per l’organizzazione di mega-eventi per il Maggio dei Monumenti scade meno di quattro mesi prima dello stesso mese di maggio. Quale grande artista accetterebbe una scrittura con così poco anticipo? Viene da pensare che una politica locale incapace di risolvere le emergenze della città rivolga i suoi sforzi alla creazione di una rete mediatica fatta di spettacoli per nascondere la sua imperizia e le sue negligenze, salvo poi ad essere anche incapace di gestire al meglio questa rete spettacolare. Vogliamo parlare forse del fallimento del PAN (il Palazzo delle Arti di Napoli), praticamente privo di pubblico, e dello stesso M.A.D.RE (Museo d’Arte di Donna Regina) dove, per attirare visitatori si organizzano la sera feste a base di tecno-music? Nel frattempo la città, da ormai 15 anni, nonostante gli sforzi meritori di alcuni operatori che spesso vengono dimenticati come la Nuova Orchestra Scarlatti, guidata da Gaetano Russo, non ha un’orchestra sinfonica stabile.Tutti gli appelli perché a Napoli sia creata una Casa della Musica sono, per ora, finiti nel vuoto. Molto, invece, si è fatto per il teatro di prosa che, nel campo dello spettacolo, fa la parte del padrone. Soldi al Mercadante, Teatro Stabile della città, fiumi di denaro per il Festival del Teatro, ancora fiumi di denaro per il progetto “Arrevuoto” che coinvolge, come attori, i ragazzi di Scampia. Forse la musica, rispetto al teatro, per la natura astratta del suo linguaggio è meno governabile dalla politica?
Il 2007 segna l’approvazione anche di una nuova legge regionale per lo spettacolo, uno strumento fondamentale per tutti gli operatori. Eppure, questa legge, che oggi appare una buona legge, è il frutto di uno scontro forte avvenuto, prima che nei partiti, proprio nell’ambito degli operatori del settore. La prima bozza, votata in sede di giunta, stabiliva, infatti, la creazione dell’albo regionale dello spettacolo, per l’ammissione al quale venivano richiesti in via preliminare i seguenti parametri di accesso: possesso della personalità giuridica e riconoscimento ministeriale. Chi mastica un po’ di giurisprudenza sa che il possesso della personalità giuridica implica per l’ente che ne beneficia la dotazione di un patrimonio finanziario e immobiliare notevole. Risulta evidente che questa norma avrebbe costituito una barriera invalicabile per la gran parte delle associazioni e degli operatori dello spettacolo dal vivo della Regione Campania. Si trattava, peraltro, di una norma palesemente in contrasto con quelle dello Stato italiano, che non richiede agli enti organizzatori di spettacolo nulla di tutto questo per erogare i suoi contributi. L’Italia è piena (oggi un po’ meno, visti i tagli del 2005) di associazioni musicali e teatrali senza scopo di lucro che organizzano lo spettacolo dal vivo e che non posseggono la personalità giuridica. La norma che la Giunta campana proponeva, unitamente all’altra che richiedeva il possesso di un riconoscimento ministeriale, (assurdità nell’assurdità visto che stiamo parlando di una legge regionale che dovrebbe tutelare e favorire proprio chi non riceve contributi dallo Stato) avrebbe compiuto, a vantaggio di pochissimi operatori, la totale deforestazione del patrimonio campano dello spettacolo dal vivo. Fortunatamente una straordinaria mobilitazione portata avanti in prima battuta da alcune associazioni e singoli (mobilitazione che ha portato alla creazione del Coordinamento dei produttori e promotori delle attività di cultura e spettacolo della Regione Campania), ha scongiurato l’approvazione di queste norme e ha consentito che, su iniziativa del Consiglio Regionale, si approvasse una buona legge. Poi, chissà come mai, e siamo ad inizio 2008, la macchina si è bloccata e non si conoscono ancora né i regolamenti attuativi né i membri delle commissioni consultive.